Immagine fiori
Cenni storici
Il primo importante contributo nello studio della visione dei colori si deve ad Isaac Newton (1642-1727). A cavallo tra Seicento e Settecento, egli scoprì che il colore non è una qualità dei corpi, bensì della luce stessa.
Realizzò alcuni esperimenti sulla dispersione ottica, giungendo a dimostrare che la luce bianca è composta da tutti gli altri colori messi insieme; da ciò poté delineare la composizione dello spettro visibile.
L’esperimento più noto a riguardo è quello nel quale Newton fece attraversare un prisma di vetro da una raggio di luce bianca: il raggio si scompone nelle sue diverse componenti cromatiche; cambiando la direzione dei raggi con una lente in modo che essi convergano nuovamente verso un secondo prisma, il fascio di luce si ricomponeva in una luce bianca.
Ciò è dovuto al fatto che l’occhio umano non è in grado di distinguere due singoli fasci luminosi che si sovrappongono, ma ne percepisce la risultante.


Fu poi la volta del fisico e medico inglese Thomas Young (1773-1829), che nel 1801 espose la sua «Teoria della visione tricromatica», secondo la quale è necessario che nell’occhio ci siano tre tipi di punti sensibili ai tre colori principali per poter ricreare tutti i colori. Inizialmente indicò come colori primari il giallo, il rosso e il blu, ma in un secondo momento li sostituì con il verde, il rosso e il violetto.
La teoria di Thomas Young è stata dimostrata nel 1859: mescolando tre fasci luminosi di colori opportunamente scelti all’interno dello spettro, è possibile visualizzare tutti i colori semplicemente variando le proporzioni dei colori proiettati (si tratta della "Teoria della visione colorata" di Maxwell).


Altra figura fondamentale è John Dalton (1766-1844), il fisico inglese a cui si deve il nome del deficit della visione cromatica. Dalton si accorse di essere affetto da cecità ai colori solo quando, dovendo partecipare a una riunione di quaccheri, si comprò un paio di calze color rosso fuoco, ritenendo che fossero invece di un più sobrio marrone.
Rendendosi conto del proprio difetto visivo, per primo effettuò uno studio sistematico sull’argomento, giungendo a darne una rigorosa descrizione scientifica nel 1794.
Alla sua morte, egli donò i propri occhi alla ricerca scientifica, consentendo di ottenere nel tempo un notevole progresso nella conoscenza del daltonismo. Grazie a questa sua donazione, oggi sappiamo che Dalton era affetto da deuteranopia.